Barbara Di Mattia, l’anima abruzzese dietro lo spettacolo su Troisi

Parte dall’Abruzzo, e precisamente da Cerchio, in provincia dell’Aquila, uno dei fili che conducono a Troisi poeta Massimo, lo spettacolo in scena il 20 aprile 2026 alle ore 21 al Teatro Parioli Costanzo. A firmarne la produzione è infatti Barbara Di Mattia, di origini abruzzesi, protagonista di un progetto che porta sul palco romano l’eredità artistica e umana di Massimo Troisi.

Il suo contributo rappresenta molto più di una presenza dietro le quinte: è il segno di un legame territoriale che si inserisce in una produzione di respiro nazionale, capace di coniugare memoria e linguaggio contemporaneo. Un percorso che porta anche l’Abruzzo dentro uno spettacolo dedicato a uno dei più grandi interpreti della cultura italiana del Novecento.

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Il mondo nuovo. Satira cicolana sull’avvento dell’elettricità

Prima dell’invenzione, il chiarore domestico tardo ottocentesco era così descritto: «La era una camera […] illuminata dalla fiamma rossiccia d’una lampada che pendeva dalla nera soffitta» (Venosta 1858: 481); è quindi evidente che il nuovo modo di illuminare non passasse inosservato. La satira si dipana attraverso un’inesauribile cascata di considerazioni meritevoli di nota, abilmente messe in bocca dal rimatore a mastru Ciccu e al suo compare Sabbante.

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La vendemmia. Memorie di una tradizione secolare

Nei secoli trascorsi, per le famiglie contadine il vino era un alimento fondamentale nella magra, anzi, magrissima dieta di allora. Grazie al suo preziosissimo apporto calorico, il vino diventava un alimento digeribile e di facile reperibilità. Durante le estenuanti giornate di lavoro nei campi, il consumo di vino permetteva ai contadini di assumere le calorie necessarie senza appesantirsi, favorendo digestioni leggere, essenziali per mantenere l’efficienza fisica.

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Il consumismo e le conseguenze globali

Il consumismo spesso promuove la ricerca di felicità e soddisfazione attraverso il possesso di beni materiali. Questa enfasi sulla proprietà e sull’accumulo di beni può portare a una cultura di superficialità, nella quale il valore delle persone è perlopiù misurato dal loro status materiale. Come conseguenza porta alla depersonalizzazione delle relazioni umane producendo divisioni sociali e senso di ingiustizia.

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