Barbara Di Mattia, l’anima abruzzese dietro lo spettacolo su Troisi

Parte dall’Abruzzo, e precisamente da Cerchio, in provincia dell’Aquila, uno dei fili che conducono a Troisi poeta Massimo, lo spettacolo in scena il 20 aprile 2026 alle ore 21 al Teatro Parioli Costanzo. A firmarne la produzione è infatti Barbara Di Mattia, di origini abruzzesi, protagonista di un progetto che porta sul palco romano l’eredità artistica e umana di Massimo Troisi.

Il suo contributo rappresenta molto più di una presenza dietro le quinte: è il segno di un legame territoriale che si inserisce in una produzione di respiro nazionale, capace di coniugare memoria e linguaggio contemporaneo. Un percorso che porta anche l’Abruzzo dentro uno spettacolo dedicato a uno dei più grandi interpreti della cultura italiana del Novecento.

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Claudio Mattone, la colonna sonora dell’Italia che canta

Compositore, autore, produttore ed editore, ha attraversato generi e generazioni, dando vita a vere e proprie icone della canzone del Belpaese. Dalla musica al teatro, dal cinema alla televisione, il suo genio ha tracciato un segno indelebile, come solchi incisi su un vinile destinato a suonare ad libitum. Pianista jazz raffinato, ha saputo fondere tecnica e sensibilità, attingendo alla tradizione culturale italiana e trasformandone l’essenza in canzoni che ci accompagnano ogni giorno come vecchi amici.

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Maurizio Serra, l’uomo dei due mondi

Diplomatico di carriera, storico, scrittore, docente universitario, ha saputo unire l’esperienza diretta della politica internazionale a una profonda riflessione sul Novecento europeo, costruendo un percorso intellettuale in cui il rigore storico si accompagna a una rara sensibilità letteraria.
La sua vicenda personale e professionale si muove naturalmente tra due mondi: l’Italia, luogo della formazione, e la Francia, spazio della consacrazione culturale, dove è entrato a far parte dell’Académie Française, primo italiano nella storia accolto tra gli Immortels.

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Il mondo nuovo. Satira cicolana sull’avvento dell’elettricità

Prima dell’invenzione, il chiarore domestico tardo ottocentesco era così descritto: «La era una camera […] illuminata dalla fiamma rossiccia d’una lampada che pendeva dalla nera soffitta» (Venosta 1858: 481); è quindi evidente che il nuovo modo di illuminare non passasse inosservato. La satira si dipana attraverso un’inesauribile cascata di considerazioni meritevoli di nota, abilmente messe in bocca dal rimatore a mastru Ciccu e al suo compare Sabbante.

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