Thomas Cole e ‘Il corso dell’Impero’. Profetico o visionario?

Thomas Cole e ‘Il corso dell’Impero’. Profetico o visionario?

di R. Matteo D’Angelo

Un’allegoria in 5 dipinti che rappresentano l’alba di un impero che dallo stato selvaggio raggiunge il culmine della sua civilizzazione, per poi autodistruggersi. Un pittore profetico o semplicemente un visionario?

allegoria cole
Thomas Cole (1801-1848)

Pittore romantico del diciannovesimo secolo Thomas Cole, americano di origini inglese, è considerato il fondatore della Hudson River School, una corrente artistica che deve il proprio nome al fiume Hudson che attraversa New York, lungo le cui sponde dipingevano i cosiddetti paesaggisti, artisti influenzati da grandi europei come Turner, Friedrich, Lorraine, Constable. Nonostante la sua arte fosse collegata principalmente al paesaggio, i lavori allegorici di Cole sono molto famosi, soprattutto i quadri in serie che rispondono al modo in cui si articola il pensiero dell’autore, e al quale necessitano più tele realizzate in momenti cronologici diversi per esprimerlo.

Nella New York Historical Society è esposto “The Course of Empire“, “Il corso dell’impero, una delle sue opere più celebri. Un’allegoria in un ciclo di 5 dipinti che rappresentano l’alba di un impero che dallo stato selvaggio procede alla fase pastorale, raggiunge il culmine della sua civilizzazione, la sua consumazione, per poi distruggersi e finire della desolazione.

I quadri, realizzati tra il 1833 e il 1836, sono tutti della stessa grandezza: 1,61 m di larghezza per 1 m di altezza, a parte il terzo al quale manca mezzo millimetro. La simmetria dei primi due e degli ultimi due ha spinto a ipotizzare che Thomas Cole pensasse di installarli in una porta d’ingresso, col terzo a troneggiare al di sopra della trave orizzontale[1].

Lo stato selvaggio

La prima tela è Lo stato selvaggio[2] in cui sono presenti i rudimenti della civilizzazione, ma la natura si presenta in tutta la sua forza: il gioco di luci proietta i raggi di un sole assente, mentre l’imponente schiera di nubi prelude a una tempesta; l’intero paesaggio sembra presagire un futuro incerto. Sul sentiero che si snoda accanto all’albero in basso a sinistra, un cacciatore insegue un cervo ferito (in basso al centro) che salta dei sassi su un ruscelletto; spostando la visuale sull’altopiano, quasi al centro del dipinto, in prospettiva si vedono altri cacciatori; delle canoe incerte sono sul fiume, in basso a destra, restando all’interno dell’insenatura e, sulla sponda opposta a quella del gruppo di cacciatori, un gruppo è riunito attorno a un falò, attorno ad un accampamento. L’imponente falesia, in lontananza, è circondata da un’atmosfera insidiata da nuvole che ne riempiono l’orizzonte.

Lo stato arcadico o pastorale


La seconda tela è Lo stato arcadico o pastorale[3], in cui il clima appare sereno, l’orizzonte è limpido e dietro la falesia del primo quadro compare nitida una montagna con due cime. L’uomo ha iniziato a voltare la forza della Natura a suo favore, e sono evidenti più pianure e terreni lavorati. In basso a sinistra è emblematicamente dipinto un uomo con un bastone seduto ai piedi di un albero che disegna a terra con l’aiuto di un ramo, assorto nella risoluzione di un problema geometrico. Al centro c’è la prima installazione in pietra, e poco sotto a destra un pascolo, mentre in basso a sinistra c’è del fumo in riva al mare con una barca nel mare. Al centro, a sinistra, sembra esserci un aratro a trazione animale che procede verso una collina. A destra, al centro, tra i sentieri alberati ci sono persone che che vestono abiti più raffinati rispetto alla prima tela, e che passeggiano tra gli arbusti. Uno specchio d’acqua oltre gli alberi, al centro sulla destra della tela, mostra una nave in secca sulla riva.

La consumazione dell’impero

La terza tela è la più grande di tutte, la più ricca di particolari: La consumazione dell’impero[4]. La visuale è completamente spostata guardando lo specchio d’acqua, dunque ruotata sulla sponda a destra rispetto alle due tele precedenti.
La tela è piena di strutture in marmo e di colonne che finiscono in acqua. Sulla destra quello che era il tempio nella tela precedente è diventata una cupola che sovrasta completamente le altre in altezza, in lontananza ci sono due fari a fare da colonna d’entrata e sull’acqua ci sono molte imbarcazioni che arrivano sulle scale in marmo che portano all’interno delle costruzioni. Al centro, in basso, leggermente sulla sinistra, un nobile, il sovrano o un grande condottiero rientra mentre la città lo accoglie in festa. La potenza evocata nella sua totalità ricorda quella dell’impero romano, ma ci sono dettagli in ogni struttura urbana che ne presuppongono la futura decadenza.

La distruzione

La Distruzione[5] è la quarta tela, dipinta con una prospettiva un passo più lontana dalla precedente, in cui troneggia, decapitata, la statua gigantesca di un guerriero nella posa del Gladiatore Borghese di Agasias.

La battaglia si svolge furiosamente, le razzie e le violenze sono dappertutto, la popolazione in festa è invasa dal terrore e i nemici hanno invaso la città. Il ponte in cui nella tela precedente passava il sovrano ormai è caduto, insieme a molte altre strutture in marmo che hanno ceduto agli attacchi. Il cielo è chiuso in una nube di fumo proveniente dal fuoco che divampa attorno, il cui calore convoglia le polveri delle macerie fino al cielo, chiudendo alla luce la possibilità di filtrare: l’unico punto da cui scaturisce l’illuminazione è insidiato da polveri e fumo, come se la difficoltà iniziale a fronteggiare la natura ora fosse evoluto nell’impotenza davanti al nemico.

Desolazione

Desolazione di Cole

Desolazione[6] è ciò che rimane infine, nell’ultima tela. Poco prima dell’oscurità portata dalla notte c’è la luna in lontananza che contempla le rovine, e si riflette sullo specchio d’acqua. Il cielo è limpido ma la luce è debole, violacea, e lascia il paesaggio avvolto da una pace agghiacciante. Le erbe selvagge si riappropriano lentamente del paesaggio che avevano lasciato spazio alla civilizzazione. Rimangono alcune rovine, parte del tempio, i fari d’entrata distrutti, i ponti distrutti mentre al centro svetta una colonna, con un capitello, che non regge più nulla: sembra l’epitaffio posto a memoria della grandezza della civiltà precedente, caduta rovinosamente per mano dell’umanità stessa, in un perverso gioco di creazione e distruzione che chiude il ciclo in un ritorno allo stato selvaggio. Nella tela non c’è più alcuna traccia della presenza umana.

Un’allegoria in cui Cole immaginava l’autodistruzione dell’umanità. Profetico forse?