Io resto a casa. Con il mostro

Io resto a casa. Con il mostro

 

di Alina Di Mattia

20° giorno di quarantena. Il coronavirus fuori, il mostro dentro

Già, perché le attuali misure di restrizione che stiamo vivendo a causa del contagio da coronavirus, non hanno portato soltanto la paura di morire di fame, ma anche quella di morire di botte nell’unico luogo in cui dovremmo sentirci protetti: a casa.

Mentre una parte di popolazione riscopre il piacere di stare con i propri cari, dietro molte troppe persiane chiuse si nasconde un virus insidioso quanto il Covid-19 che ogni giorno ammala e uccide le persone, ed è quello della violenza. Una forma di abuso attraverso cui si tenta di distruggere l’altro arrecandogli sofferenza fisica e psicologica. Un comportamento malato insito nella mente umana per il quale non esiste vaccino, ma un’unica cura che parta dal basso, dall’educazione al rispetto che ogni genitore dovrebbe insegnare ai suoi figli attraverso l’adozione di esempi positivi.

Se la quarantena che stiamo sperimentando ci induce a riscoprire i valori che abbiamo perduto nel tempo e a ridefinire le priorità della nostra vita, ci costringe altresì ad una convivenza forzata e in taluni casi anche pericolosa. I numeri delle procure non lasciano spazio a fraintendimenti: nel 2019, la maggior parte delle denunce di violenza riguardavano l’ambito familiare.

Con le misure previste dal D.L. ‘Cura Italia’ che obbliga i cittadini a rimanere in casa per contenere il contagio da coronavirus, le donne –  ma le vittime sono anche uomini e sono anche padri, figli, fratelli, come madri, figlie, sorelle –  si ritrovano a convivere in spazi ristretti con i loro aguzzini e a vedersi negata anche quella boccata d’aria nelle ore in cui si esce per lavorare, fare la spesa, accompagnare i figli a scuola. Va segnalata inoltre l’ineluttabile esposizione dei minori agli episodi di maltrattamenti e violenza fisica e verbale che avvengono tra le pareti di casa, con le gravi e inevitabili conseguenze per la loro crescita e il loro sviluppo.

L’isolamento peraltro è una delle peculiarità che alimentano la violenza domestica inibendo la reazione o impedendola del tutto, poiché soltanto in assenza del carnefice si riesce a chiedere aiuto.

Non a caso, da un confronto con i dati del mese in corso con quelli dello stesso periodo dell’anno precedente, si è rilevato un calo sostanziale del numero di denunce per violenza domestica. Quelle per stalking praticamente azzerate. Tale tracollo però non è dovuto a un improvviso comportamento umano virtuoso ma al fatto che, in una situazione di emergenza nazionale, si preferisce sopportare anziché denunciare per non inasprire lo stato delle cose.

Seguendo l’esempio spagnolo di ‘mascarilla 19’, l’Italia ha attivato un codice per consentire di segnalare una situazione di violenza senza bisogno di telefonare. È sufficiente chiedere in farmacia una ‘mascherina 1522’ per innescare un protocollo che attiva immediatamente l’intervento delle Forze dell’Ordine.

L’associazione ‘D.i.R.e. Donne in Rete contro la violenza’, nel frattempo, si sta adoperando per garantire alle donne un rifugio isolato fino ad emergenza sanitaria finita. Su tutto il territorio resta operativo intanto il numero verde antiviolenza e stalking 1522 alle quali le donne si possono rivolgere con fiducia, telefonando o anche chattando.

In questo tempo sospeso in cui una sorta di moderna inquisizione ha fatto scattare la caccia all’untore, forse per  alleviare il nostro disagio e placare le nostre paure, un comportamento davvero responsabile nei confronti dell’altro sarebbe quello di segnalare casi di violenza sospetti o di cui si è a conoscenza, incoraggiando la vittima a denunciare, aiutandola e supportandola, e mai lasciandola sola in circostanze tanto rischiose.

Articolo pubblicato dall’autore sul quotidiano Il Centro, in data 28 marzo 2020

Per saperne di più:
www.direcontrolaviolenza.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *