di Alina J. Di Mattia
Il conferimento a Gianni Letta del “Premio Internazionale Cardinale Giulio Raimondo Mazzarino per la Politica e la Diplomazia” non è soltanto un riconoscimento a una delle figure più autorevoli della vita repubblicana italiana. È, ancor prima, l’incontro simbolico tra due diverse concezioni del potere, lontane per epoca e contesto, ma sorprendentemente affini nella loro sostanza.
Giulio Mazzarino fu uomo del Seicento barocco, ministro potente, spesso avversato e tuttavia indispensabile alla ragion di Stato, straniero alla guida della Francia e arbitro di equilibri europei capace di muoversi tra Roma e Parigi, tra diplomazia e sospetto, tra magnificenza e calcolo politico. Amava l’arte, le collezioni, i doni e la forza della rappresentazione. Sapeva sedurre gli interlocutori, accoglierli e conquistarli. Nel suo tempo, il potere aveva bisogno anche della scena.

Gianni Letta invece appartiene alla tradizione più sobria della Repubblica italiana. La sua autorevolezza non si è mai affidata all’esibizione del ruolo, ma alla capacità di ascoltare, mediare, tenere insieme. Con eleganza. Giornalista di formazione e uomo delle istituzioni per vocazione, lo storico sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha attraversato alcune delle fasi più delicate della storia politica italiana, diventando negli anni un punto di riferimento autorevole per governi, istituzioni e classi dirigenti. Sempre mantenendo un tratto riconoscibile, quello della misura. Eppure, come il cardinale italo-francese, ha saputo lavorare nei luoghi in cui la politica diventa relazione, equilibrio.
In entrambi traspare l’idea di un potere che non coincide necessariamente con ciò che si mostra, ma con la capacità di prevenire le fratture e costruire soluzioni prima ancora che i contrasti diventino conflitti.

Antoine Coysevox, Museo del Louvre di Parigi
Mazzarino privilegiava i risultati agli applausi, pur vivendo in un secolo che aveva fatto della rappresentazione una forma di potere. Letta ha trasferito quella medesima intuizione nella Repubblica italiana, trasformandola in uno stile morale. Servire lo Stato senza ricercare il centro della scena.
C’è, inoltre, una singolare coincidenza nelle loro date di nascita. Mazzarino viene alla luce il 14 luglio 1602, giorno destinato, quasi due secoli dopo, a diventare il simbolo della Rivoluzione francese, il passaggio storico che avrebbe travolto la monarchia alla cui grandezza egli stesso aveva contribuito. Letta nasce invece il 15 aprile, giorno che nella memoria italiana richiama Leonardo da Vinci: non un paragone, ma un rimando a quell’intelligenza italiana capace di attraversare confini, discipline e mondi differenti.
Il Premio Mazzarino a Gianni Letta riconosce dunque molto più di una carriera. Riconosce una continuità ideale, quella degli uomini che sanno influire senza ostentare, servire senza consumarsi nell’apparenza.
È in questa rara capacità di tenere insieme ciò che la politica spesso divide che si ritrova il legame più profondo tra Mazzarino e Letta. Perché la scena appartiene a molti. La storia, invece, conserva il nome di chi ha saputo governare il silenzio.