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Suicidi universitari. Una laurea può valere una vita?

Laurea. Suicidi universitari

 

 

È un mattino di aprile del 2018. Giada deve discutere la tesi di Laurea in Farmacia. Indossa il tailleur delle grandi occasioni, si trucca con dovizia.  Ha invitato amici e parenti per festeggiare, e acquistato le bomboniere rosse per il grande evento.  Poco prima della sessione di laurea, sale sul tetto dell’ateneo e si getta nel vuoto. Non c’è nessuna laurea, nessuna tesi da discutere. Solo una voragine di vergogna e l’umiliazione per aver deluso le aspettative dei familiari.

Succede in Italia, succede all’estero. Giada come Maurizio, Nicholas, Patrick, Carlo. L’elenco funesto continua ed è penoso da trascrivere.

Tre suicidi ogni anno. Questa è la media degli studenti  che si tolgono la vita perché non riescono a terminare l’Università, e non hanno il coraggio di affrontare, dinnanzi a familiari e amici, quello che per loro è un fallimento. Una lista dolente che sembra aumentare giorno dopo giorno. Un fenomeno allarmante con numeri drammatici. Il copione sempre uguale: raccontano di esami superati brillantemente; gonfiano i voti per rassicurare i genitori; annunciano una tesi da discutere per indossare la tanto agognata corona d’alloro. Poi la tragedia. Per fuggire dall’umiliazione della menzogna, per l’incessante pressione emotiva o, semplicemente, per non aver ricevuto aiuto in uno stato di frustrazione e solitudine esistenziale. Solo un biglietto per chiedere perdono e condannare a vita chi resta.

Una spirale di bugie trasformata in una prigione e costruita sin dall’infanzia, con l’appannaggio di un ideale sempre più distante dalle prospettive future ma anche dalle reali possibilità del ragazzo. A cominciare dalla facoltà universitaria sbagliata, spesso scelta per compiacere i genitori che vogliono figli laureati in Medicina, Giurisprudenza, purché professionisti con un pezzo di carta in mano. Poco interessa se non sono portati a fare il medico oppure l’avvocato, o che magari avrebbero preferito dedicarsi alle Belle Arti. Quel conformarsi alle aspettative altrui diventa, a quel punto, un macigno, una responsabilità dalla quale, spesso, non si esce vivi.

«Un disagio che parte dalla famiglia, certo, ma che trova terreno fertile in una società fortemente competitiva, in cui il successo di una persona si misura con l’apparire e nella quale una manciata di like può fare la differenza –  Ci spiega la psicologa-psicoterapeuta Maria Domenica Fabrizi.  Molti adulti creano aspettative lavorative nel  fanciullo credendo in tal modo di renderlo felice, senza minimamente considerare i suoi desideri  e le sue attitudini.   Questi ragazzi crescono sentendosi ripetere che da grandi  saranno ingegneri, architetti, magistrati, ma anche virtuosi musicisti, abili nuotatori, fuoriclasse nello sport. Ideali che si conformano alle attese della famiglia ma non alle reali predisposizioni dei ragazzi. Un meccanismo di competizione malsano che genera in loro una sorta di ansia da prestazione – continua la dottoressa Fabrizi –  Assecondare gli adulti e non tradire la loro fiducia  li conduce alla rimozione dei propri bisogni reali e alla convinzione errata che il suicidio sia l’unica via di fuga. Va inoltre sottolineato che tale disagio può avere origine anche  in presenza di patologie come depressione, bipolarismo, disturbi di personalità, schizofrenia, dipendenza da sostanze stupefacenti o da alcool, mancanza di sostegno sociale. Gli adulti devono imparare ad osservare i messaggi che la sofferenza trasmette,  intervenendo prontamente con un percorso di psicoterapia».

Valorizzare dunque un figlio per le giuste capacità e abilità, senza rincorrere a tutti i costi il riconoscimento sociale per sventolarne i risultati al mondo, aiutarlo ad avere stima di se stesso senza cadere nella tentazione di dover dimostrare quanto sia bravo, potrebbe essere un primo passo globale per abbattere una piaga sociale sempre più preoccupante. 

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A livello istituzionale basterebbe rendere effettivamente pubblico il cursus studiorum di ciascun studente, come già predicato nel lontano 1938 dal Regio Decreto n.1269, e ribadito nel 2012 da una direttiva del Garante della Privacy atta a scongiurare simili tragedie. Pubblicare online gli insegnamenti superati e il voto ottenuto, con l’obiettivo di rendere verificabile il percorso accademico, potrebbe essere certamente un deterrente.

Infine, è fondamentale  educare i giovani alla Cultura del fallimento, affinché accettino le sconfitte come esperienza integrante e costruttiva del percorso di vita, poiché qualunque sia un insuccesso con cui fare i conti, di certo non vale una vita, tantomeno una laurea.

di Alina Di Mattia

 

Pubblicato su ‘Il Centro’, n. 359 del 31/12/19

 

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