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Cicale, formiche e lenticchie

di Settimio Adriani

La folle frenesia del tempo attuale porta a considerare corrette e scontate molte cose, forse troppe. Se non ci fermiamo un attimo a riflettere, difficilmente riusciremo a intuire le storie che può raccontare un gesto, una frase, un’immagine, una pietanza. Magari la stessa che siamo soliti consumare frettolosamente e spesso soltanto in parte, per poi liberarci in un baleno degli avanzi, senza ripensamenti, e nonostante siano sempre perfettamente edibili li sversiamo senza esitare nella vorace bocca della pattumiera.

«Quello ’sse spreca è quello che manca!», ammoniva mia nonna ripetendo questo refrain ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione. Tutto ciò accadeva in un’epoca tutto sommato non eccessivamente remota, e l’occasione si presentava quando sulla tavola c’era qualche rimasuglio da recuperare, eventualità che si verificava piuttosto raramente ma, se capitava, gli avanzi venivano immancabilmente conservati e riproposti nei pasti immediatamente successivi. Senza che qualcuno avesse da obiettare, era così e basta.

Poi, seppure con un netto ritardo rispetto alla pianura, anche sulle mie montagne del Cicolano è arrivata la modernità; che si è fatta largo con una certa difficoltà incuneandosi nei rari e stretti pertugi sfuggiti alle determinatissime donne che dalle nostre parti avevano l’onere, e non sempre l’onore, di tenere dritta la barra delle famiglie.

Mia nonna non cedette al richiamo di quelle sirene.

Dopo mezzo secolo di scriteriato sviluppo economico-sociale lo spauracchio paventato da quella vecchia contadina si è materializzato, come un nodo troppo tardivamente giunto al pettine.

«Quello ’sse spreca è quello che manca!» ha progressivamente assunto altre forme lessicali, certamente più colte e ingentilite, supportate da dati scientifici e da elaborazioni statistiche, espresse in un’ottica globale, con determinazioni qualitative e quantitative, proiettate nei possibili scenari futuri. Insomma, il grezzo monito di mia nonna oggi viene elaborato più o meno in questo modo: «Ridurre gli sprechi alimentari è, oggi, un imperativo etico, sociale, ambientale ed economico. Non solo per il tempo di crisi che stiamo vivendo, ma anche perché la competizione per lo sfruttamento delle risorse naturali a livello globale si fa sempre più accesa e incrementa i conflitti, la violazione dei diritti umani, l’impoverimento biologico ed economico, le migrazioni»[1].

Negli ultimi cinquant’anni di storia la nostra cultura radicatamente formica si è lentamente ma inesorabilmente trasformata nell’insostenibile e instabile modello cicala[2].

Tutto lascia però prevedere che gli innaturali equilibri ecosistemici via via consolidati sul piccolo e sovrappopolato pianeta che ci ospita («Un pianeta energivoro e affollato» lo definiscono Vineis, Carras e Cingolani[3]) ci si ritorceranno contro, e in parte lo stanno già facendo in modo drammatico.

È certo, lo dice la scienza, che saremo forzosamente obbligati a invertire la rotta e assumere comportamenti diametralmente opposti a quelli attuali, per quanto possibile assimilabili a quelli del nostro passato, gli stessi che per natura e cultura ci sono consoni.

Proprio per fare qualche considerazione sulle nostre dinamiche comportamentali del passato e azzardarne le prospettive future ho assunto come termine di paragone alcune particolarità di un piatto tradizionale della mia terra, basato su una derrata storicamente considerata un nulla, o poco più.

Questa essenza, che è la lenticchia, ha la pianta misera, il baccello piccolo e il seme minuscolo. Storicamente, invece, la nullità gli è attribuita da Esaù, che svende la sua primogenitura al fratello Giacobbe e lo fa “per un piatto di lenticchie”[4], metafora di un prezzo men che irrisorio, un nulla appunto.

Eppure, nella nostra sparuta comunità formica, dal nulla si riusciva a ottenere una utilità, anzi una doppia utilità; proposizione che non avrà modo di eccepire chi ha cognizione dell’accortezza delle donne che ho già tratteggiato.

In questa immagine si scontrano le facce di una stessa medaglia: la vita. I limiti della sopravvivenza contrapposti al consumismo senza freni. 
Uno spaccato di realtà si affaccia sul nostro piatto attraverso una stampa su ceramica: due bambini che vivono di stenti, privati dei beni di prima necessità, cercano del cibo tra gli “scarti” dei nostri piatti stracolmi.
Allora il cartello di un mendicante diventa l’insegna di un ristorante più etico che invita a mangiare in modo misurato, senza sprechi. Un posto a tavola che rifiuta l’esortazione mediatica che ci urla di prendere nevroticamente “tutto ciò che si può mangiare”. Noi vogliamo soltanto ciò di cui abbiamo bisogno (all you NEED eat). Chissà, magari con la speranza che si possa condividere questo prezioso dono con chi, in questo mondo così “evoluto”, muore ancora di fame.
Silvia Verzilli

L’inversione delle tendenze in atto ci sta riportando, o ci dovrebbe riportare, alle antiche attitudini del non spreco e del recupero, strategia complessiva che sembra essere destinata ad assurgere a nuova modernità. Tuttavia dalle mie parti tale avvenimento non rappresenterebbe una novità. Per consuetudine, infatti, da un pugno di lenticchie appena lessate si è da sempre soliti mettere separatamente a frutto le due componenti, ottenendo quasi per magia altrettanti preparati dalla stessa minima base: mentre la granella sostanziava la più classica delle zuppe, con l’acqua di cottura si bagnava il pane raffermo per dare corpo alla recolatùra: dall’unione di due odierni scarti a una pietanza dei tempi formica.

Tutto ciò non era certamente guidato da una cognizione ecologista più profonda e avanzata di quella odierna, si faceva semplicemente perché era consolidato il concetto che non si dovesse né si potesse sprecare nulla.

Era un costume, si agiva così e basta.

In quel contesto il non spreco alimentare aveva una sua dignità autonoma e indiscussa.

E se la recolatùra era un piatto tradizionale di recupero, peraltro piuttosto apprezzato, a un rango superiore afferivano i refrìddi, gli avanzi dei banchetti delle grandi occasioni; dei battesimi, delle cresime e dei matrimoni, quando ancora si festeggiavano in casa, oppure delle sentitissime feste patronali. Dopo tali eventi, era d’uso invitare parenti e amici per condividere piacevolmente i rimasugli, trasformando le occasioni in ulteriori convivi, quelli della sera o dei giorni successivi ai dì di festa.

Il tutto si faceva con il dichiarato obiettivo di non sprecare: «Altrimenti va a male!» si era soliti sottolineare all’atto degli inviti. Il bene era rappresentato dal consumo condiviso degli avanzi, il male dal loro deterioramento.

Recupero, condivisione e socializzazione erano le parole chiave di quei momenti.

I concetti di non spreco e recupero stanno tornando in auge perché la cicala ha ormai poco da cantare nell’era in cui l’insostenibilità ambientale sta soffocando anche la specie che l’ha beatamente provocata, e lo stile formica dovrà essere inevitabilmente il nuovo faro.

Il modello auspicato non deve però ri-radicarsi perché promosso da un qualsiasi chef stellato, o perché le influencer di turno, improvvisate cuoche supportate da informi eserciti di follower, rompono le uova (e non solo!) in ogni momento del giorno e in ogni giorno della settimana nelle finte e disgustosamente sciupone cucine degli schermi televisivi, perché in tal caso sarebbe un ri-radicamento di moda, e proprio in quanto tale inevitabilmente momentaneo, transitorio.

La questione richiede invece una profonda consapevolezza e una rassicurante stabilità.

«Un sistema economico privo di preoccupazioni etiche – dice papa Francesco – non conduce a un ordine sociale più giusto, ma porta invece a una cultura ‘usa e getta’ dei consumi e dei rifiuti»[5].

Lo spreco non ha senso, perché è ecologicamente insostenibile, perché è immorale, perché «Quello ’sse spreca è quello che manca!».

E allora?

Recolatùra docet!


[1]Andrea Segrè, Paolo Azzurro, Spreco alimentare: dal recupero alla prevenzione. Indirizzi applicativi della legge per la limitazione degli sprechi, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2016, p. VI.

[2]Settimio Adriani, Giacomo Pasquetti, Lavinia Susi, Il racconto della pattumiera: rifunzionalizzazione in progress, «Aequa», 2021. In stampa.

[3] Paolo Vineis, Luca Carra, Roberto Cingolani, Prevenire. Manifesto per una tecnopolitica, Torino, Giulio Einaudi editore, 2020, p. 17.

[4] Genesi,XXV, 31-34.

[5]http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/november/documents/papa-francesco_20191111_consiglio-capitalismo-inclusivo.html

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