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“C’era una volta a Cerchio”, il libro che racconta la miseria dei contadini del ‘900

Mio diletto cugino, quanta è stata la gioia, o mio diletto… quanto il contento che (h)o provato nel ricevere la tua lettera, non saprei a parole descriverti. Io ho baciato e ribaciato le mille volte il tuo scritto che mi (ha riportato) sì liete notizie del felice viaggio. Ora i miei tormenti cesseranno; rivedo l’adorato foglio lineato colle tue mani…”.

“Quando l’editore Adelmo Polla mi parlò del libro Here in Cerchio, non avrei mai pensato che le lettere scritte da un contadino del ‘900 al figlio emigrato negli Usa sarebbero entrate nel mio immaginario. Non c’era soltanto la vicenda dei Vasquenz in quella corrispondenza epistolare, c’era un pezzo di storia collettiva che di fatto apparteneva e appartiene alla mia comunità.

Contattai immediatamente l’autrice Constance Sancetta, ricercatrice scientifica e presidente della Italian American Cultural Foundation1 di Cleveland, negli Stati Uniti, la quale fu ben lieta di mettere a disposizione le preziose missive affinché la memoria dei Vasquenz non andasse perduta.

C’era una volta a Cerchio non è una storia di emigrazione, ma una delle tante storie di resilienza narrata da dentro, saldamente ancorata all’America – come veniva chiamata all’epoca qualsiasi area del continente a stelle e strisce – quel Nuovo Mondo che allora significava lavoro, soldi, riscatto dalla miseria, ma anche viaggi con il biglietto di sola andata. Chi si è occupato di emigrazione italoamericana si è focalizzato per lo più sull’integrazione e sull’emarginazione degli immigrati all’estero, sulle loro nuove esistenze passate attraverso gli slum2 e le varie Little Italy del Paese, concentrando l’attenzione sugli stereotipi dell’italiano mascalzone e mangiaspaghetti, gangster e latin lover, divenuti celebri ad Hollywood con il plauso della critica. Eppure, esisteva l’altra faccia della medaglia, quella fatta di sacrifici e abnegazione, di umiliazioni e sconfitte, di viaggi interminabili e attese infinite, di vaglia postali per non morire di fame e di freddo, di legami indissolubili che hanno tenuto insieme milioni di famiglie nel mondo e sopravvissuti alla lontananza in un’era senza Internet e senza neppure il telefono.

Foto di Cerchio apparsa sul New York Times il 27 gennaio 1915, dopo che il paese fu distrutto dal terremoto

Dal 1876 al 1915, oltre seicentomila abruzzesi lasciarono le loro case nella speranza di trovare un lavoro all’estero3. Erano perlopiù migrazioni temporanee, indispensabili all’economia familiare. Partire, a quei tempi, era una prassi comune in tutto il Paese, nonostante le difficoltà dei lunghi viaggi in mare, l’analfabetismo imperante, la mancanza totale di mezzi finanziari. Gli abruzzesi, peraltro, erano abituati alla mobilità stagionale: i pastori erano soliti spostarsi per la transumanza, e a centinaia si trasferivano altrove per lavorare alla raccolta del riso, del grano e dell’uva. Quando l’America richiese manovalanza, dai porti italiani partirono navi cariche di sogni, e quei sogni parlavano anche il dialetto cerchiese.

Erano i primi anni del ‘900; Ignazio Silone era appena nato, il lago del Fucino era stato prosciugato e la popolazione circumlacuale, dopo aver abbandonato barche e reti da pesca, aveva imparato a lavorare la terra emersa dalle acque, ma anche a conoscere i soprusi della nuova signoria fondiaria che dettava legge nel territorio marsicano e banchettava con signorotti locali senza scrupoli. Un dipinto vecchio di un secolo che incornicia la vita di un contadino caduto in disgrazia. Sa scrivere, sa leggere, sa fare i conti Antonio, ma non ha una cultura dell’imprenditoria, non ha difese contro preture, avvocati, rappresentanti dei Torlonia e uomini di malaffare, e in pochi mesi finisce in mano a strozzini e usurai. La sua unica fonte di sostegno resta il figlio Angelo che scava carbone in Pennsylvania e che scrive poesie per la sua Marietta che sospira guardando il tramonto e pensa che lì, da qualche parte oltre Avezzano, c’è “la Merica”.

La copertina del volume

Questo lavoro non ha rappresentato soltanto una traduzione e una revisione storico-geografica da parte mia. È stato un percorso a ritroso nel tempo per chi, nei luoghi delle lettere, ci è nato e ne ha respirato polvere e vento di tramontana, e preso a calci la fanghiglia di ciancia4 maleolente sulla via per Fucino, e asciugato umidità sui muri e lacrime arrese a mille partenze. Per i Vasquenz era giunto il momento di tornare a casa, a Cerchio, ed io conoscevo la strada”.

Dalla postfazione del libro C’era una volta a Cerchio di Alina Di Mattia

Per acquistare il libro cartaceo invia la richiesta a info@listencorporation.it

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Per saperne di più: Aise

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