Perché prima di parlare del Milite Ignoto bisogna conoscere i fatti

Perché prima di parlare del Milite Ignoto bisogna conoscere i fatti

“Avanti come macchine mute rassegnate rese stupide dal dolore, dal freddo dall’acqua che ci macera viventi” (Guerrino Botteri, fante toscano)

di Alina Di Mattia

Cento anni fa, esattamente il 4 novembre 1921, a Roma, presso l’Altare della Patria, ebbe luogo la tumulazione del Milite Ignoto, la sepoltura simbolica di un soldato sconosciuto e la sua trasfigurazione per onorare valori e virtù di tutti i caduti in guerra mai identificati. L’omaggio più alto dello Stato italiano, un riconoscimento dovuto al popolo in Armi all’indomani di quello che fu il conflitto più sanguinoso della storia dell’umanità, la Prima Guerra Mondiale.

La storia

Le offensive iniziarono nel luglio del 1914 in seguito all’uccisione dell’erede al trono dell’impero austroungarico, Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia. Erano gli anni della Belle Epoque, delle prime imprese aeree, del cinematografo, ma anche del colonialismo e delle lotte popolari. L’Europa era una nazione in rapida ascesa economica grazie ai notevoli progressi scientifici e tecnologici, ma ciò che accadde a Sarajevo diventò il casus belli, un pretesto per far esplodere una polveriera alimentata da tensioni internazionali dovute agli interessi espansionistici delle potenze europee.

L’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia, duchessa di Hohenberg

Con l’accusa di avere appoggiato l’assassinio dell’arciduca, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia scatenando una reazione a catena che coinvolse 22 potenze mondiali e condusse l’Europa in quello che diventò un laboratorio di produzione di morte di massa. Furono mobilitati 74 milioni di uomini in tutto il mondo e scavati 40.000 km di trincee in cui i soldati vissero per mesi in condizioni estreme tra ratti, cadaveri, vomito e pidocchi che infestavano pastrani e coperte.

Il governo italiano adottò inizialmente una linea neutrale essendo il patto con gli alleati di tipo difensivo ma, il 23 maggio 1915, l’Italia regia voltò le spalle alla Triplice Alleanza ed entrò ufficialmente in guerra a fianco dell’Intesa mobilitando 5 milioni di uomini. Furono chiamati alle Armi anche i giovani nati nel 1899.

Il 24 maggio l’esercito iniziò le operazioni belliche posizionando le truppe nella zona delle Alpi orientali e sulla regione del Carso, fino al mar Adriatico. Nei mesi seguenti, l’Italia dichiarò guerra anche all’Impero ottomano, al Regno di Bulgaria e all’Impero tedesco.

La ritorsione degli ex alleati non si fece attendere. Sui campi di battaglia e nei mari i moderni mostri di una guerra che per la prima volta faceva utilizzo di carri armati, mitragliatrici, sommergibili e gas tossici, come l’iprite che rendeva ciechi, e il fosgene che gli austro-ungarici sparsero sull’altopiano di San Michele provocando emorragie polmonari ai soldati italiani. In una sola mattina morirono tra atroci spasmi oltre 6000 fanti delle Brigate Pisa e Regina. Chi rimase in agonia venne finito dalle armate con le mazze ferrate. Tra i soldati scampati alla nube tossica ci fu il poeta Giuseppe Ungaretti, rimasto in vita perché la sua Brigata aveva da poco dato il cambio.Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, scriverà nella poesia Soldati, per sottolineare quanto la vita dei soldati in trincea fosse precaria e attaccata ad un filo.

Una carneficina che massacrò i corpi ma anche la psiche. E poi la fame divorante, il freddo che non lasciava scampo, le precarie condizioni igienico sanitarie, le infezioni letali. Morivano 5.600 soldati ogni giorno, 4 combattenti ogni 60 secondi. Un soldato racconterà sul suo diario “Ogni passo, 4 morti“.

Quando nel novembre del 1918 si firmò l’armistizio, si contarono 16 milioni di morti, 20 milioni di feriti, 7.750.000 dispersi in tutto il mondo, 500mila mutilati, oltre a ciechi, sordi, muti e migliaia dei cosiddetti “uomini senza volto”. Un’intera generazione cancellata.

L’Italia, da parte sua, pagò un prezzo incommensurabile con 651mila morti, 947mila tra feriti e mutilati, e migliaia di reduci con gravissimi problemi psichiatrici cui si aggiunsero, negli anni successivi, i decessi per le conseguenze subite al fronte. Nella sola disfatta di Caporetto vi furono 12.000 caduti e 30.000 feriti. Ma non si moriva solo al fronte, si moriva anche in casa. Bombardamenti serrati su obiettivi civili, confische di derrate alimentari, razzie prolungate. Intere città vennero devastate per essere conquistate. “Gli austriaci giravano dentro casa con i cavalli” diranno i sopravvissuti. Più di un milione di sfollati terrorizzati e affamati abbandonarono Veneto e Friuli, ma le loro richieste di aiuto a Sidney Sonnino, lo stesso ministro che in segreto aveva sottoscritto il Patto di Londra per portare il Paese in guerra in cambio dei territori irredenti, rimasero inascoltate. A migliaia morirono di stenti e malattie.

La Grande Guerra fu una moderna macchina bellica cui niente e nessuno poté sfuggire. Neppure gli animali furono risparmiati; milioni di cavalli, muli, asini, cani, piccioni viaggiatori perirono sui campi di battaglia.

I corpi dei soldati italiani sul Monte San Michele

Il risultato fu un annientamento collettivo reso ancor più grave dalla superbia, dall’incapacità e dagli interessi personali di alcuni comandanti – i cui nomi oggi campeggiano protervi sulle nostre piazze e strade – che mandarono all’assalto frontale contadini trasformati in guerrieri e con le baionette sempre puntate alle loro spalle. Chi non avanzava veniva ucciso dai suoi stessi compagni. Numerose le fucilazioni sommarie, troppe le infami decimazioni. Uomini scaraventati in una voragine di orrore, di ordini senza senso, di perdita di dignità poiché costretti a condividere anche i bisogni corporali, di stress e sovraccarico allostatico dovendo vivere in costante pericolo di vita e accanto ai compagni morti e ai topi che divoravano i loro cadaveri.

Molti soldati impazzirono e si ammalarono del cosiddetto “shell shock”, una nevrosi allora sconosciuta, oggi denominata “disturbo da stress post-traumatico”, caratterizzata da tremori, stati confusionali, perdita di memoria, mutismo, paranoia, allucinazioni, demenza, isterismo – l’attuale esaurimento nervoso – che all’epoca veniva imputato esclusivamente alle donne e, di conseguenza, condannava al disprezzo gli uomini che ne fossero affetti. Li chiamarono “scemi di guerra” ma in senso denigratorio anche codardi, froci. Una pagina brutta della storia occultata per decenni dietro le sbarre dei manicomi poiché creava imbarazzo ai celebranti la guerra, ma che diventò un fenomeno di proporzioni gigantesche. Se ne contarono 40.000 in manicomio, ma un numero consistente fece ritorno dalle proprie famiglie. I medici avevano l’ordine di rispedire i soldati al fronte nel più breve tempo possibile e pertanto i pazienti venivano percossi e torturati con scariche elettriche per verificare che non stessero simulando. Per sfuggire alle sevizie la maggior parte tornava a combattere in stato catatonico; in parecchi vennero accusati di diserzione e fucilati. Quelli che resistettero si rifugiarono nella scrittura lasciandoci quattro miliardi di pagine tra lettere e diari, a testimonianza di una guerra che faceva a pezzi l’individuo, in ogni senso.

Non meno dura fu la sorte dei prigionieri detenuti nei campi di concentramento lasciati a crepare di freddo e di fame e costretti a nutrirsi dei cadaveri dei loro compagni. Un’altra brutta pagina di storia che meriterebbe un capitolo a parte. L’Italia vittoriosa, ma omertosa e incapace di imparare dai propri errori. Tra l’altro, non venendo soddisfatti tutti gli accordi del Patto di Londra, la vittoria mutilata, come la chiamò Gabriele D’Annunzio, preparò il terreno per una nuova guerra.

Quando il conflitto terminò, fu Giulio Dohuet, Ufficiale del Corpo d’Armata Carnia, che già in un tentativo di salvaguardare i soldati aveva sottolineato al Ministro per i Rapporti con l’Esercito, Bissolati, le “perplessità rispetto a l’assurdo concetto dell’assalto frontale che aveva spazzato via i migliori soldati del paese”, firmando in tal mondo la sua condanna ad un anno carcere nella fortezza sabauda di Fenestrelle con l’accusa di ‘divulgazione di segreti militari’, a ritenere doverosa una rielaborazione collettiva del lutto. Il Generale propose di «conferire ad un soldato sconosciuto il sommo onore, il prestigio massimo cui neanche il più valoroso dei condottieri possa mai aspirare». Non a un comandante, quindi, bensì a un milite “che tutto sopportò e tutto vinse, da solo, nonostante”.

Maria Bergamas e il figlio Antonio, fante del 137° Reggimento di Fanteria della Brigata Barletta come Antonio Bontempelli, falsa identità imposta dal Regio Esercito per accogliere tra le sue fila gli irredentisti. Morì il 18 giugno 1916 sul Monte Cimone di Tonezza,

Furono quindi riesumate le salme di undici militari non identificati da undici rilevanti campi di battaglia. A sceglierne una da tumulare presso la Mole del Vittoriano fu chiamata la triestina Maria Maddalena Blansizza, madre di Antonio Bergamas, soldato irredento, caduto e disperso sul Carso.

Quando il treno con a bordo le spoglie del combattente sconosciuto partì in direzione Roma, stazione dopo stazione fu un crescendo di commozione compartecipata e condivisa, un’esperienza di massa totalizzante come testimonia il documentario “Gloria, apoteosi del soldato ignoto” della Federazione Cinematografica Italiana.

Il 4 novembre del 1921, più di trecentomila persone accorsero da ogni parte del Paese e più di un milione di cittadini si assieparono sulle strade e sui tetti della capitale per assistere alla sepoltura del soldato senza volto e senza nome, ma con lo spirito di ogni caduto e disperso in guerra.

La Mole del Vittoriano nel giorno della tumulazione del Milite Ignoto, 4 novembre 1921

Fu la commemorazione solenne di un Grande Morto che diventasse tutti i morti, ogni padre, ogni sposo, ogni figlio di chi non aveva neppure una tomba sulla quale piangere i propri cari.

Fu la storia di tutti quei poveri cristi che si immolarono in nome di una patria che li considerava “materia prima”, e non quella dei regimi totalitari che ne strumentalizzarono in seguito la forza simbolica, ma dello strazio in cui sprofondò l’Italia nonostante la vittoria, del dolore infinito del singolo trasformato in dolore collettivo.

Ecco perché prima di parlare del Milite Ignoto bisogna conoscere i fatti. Semmai, la prossima volta che passiamo davanti al suo monumento, mandiamo un pensiero a quei figli sfortunati d’Italia e iniziamo a rimuovere le targhe intitolate a qualche generalissimo comandante.

Bibliografia e fonti

  • Il Milite Ignoto: storie e destini di eroi sconosciuti di S. Aluisini, M. Cristini, E. Avaldi e R. Dal Molin (Epta Editions 2018)
  • Figli di Maria, documentario di Cristian Natoli per Rai Storia
  • Il Milite Ignoto, film a cura dell’Istituto Luce
  • I dannati dell’Asinara, Luca Gorgolini. Utet Editore
  • Scemi di guerra, la follia nelle trincee, RaiStoria
  • Archivio Storico Dal Molin
  • www.esercito.difesa.it